Obiettivo Trop Model

agosto 17, 2009

Dei dialetti ....

Ebbene si, il DIALETTO.

Quando ero piccola io gli immigrati del Sud si distinguevano dal resto della popolazione perchè NON parlavano il dialetto. A volte non parlavano nemanco l'italiano, come la mia nonna materna. E non era un bel distinguersi, francamente.

Nonno Tunin, nonno paterno e piemontese stra-doc, lavorava in FIAT (e dove se no?), al Lingotto e la fabbrica non era lontana dalle case di via Giacomo Dina (simpaticamente chiamate Borgo Cina), una zona di case popolari destinate agli operai, prevalentemente meridionali (ma non solo, c'erano anche parecchi veneti) e prevalentemente Fiat. Non esattamente un salotto, ecco.




Nelle case popolari viveva la famiglia di mia mamma: padre, madre e otto figli. Meridionalissimi.

Erano i primi anni '50 e la zona attorno agli stabilimenti del Lingotto e di Mirafiori era, mi dicono, quasi un paesone, pare si conoscessero un pò tutti. Mirafiori stessa era praticamente in aperta campagna, era stata inaugurata nel '39 e danneggiata durante la guerra e le sue dimensioni non erano quelle che in seguito raggiunse, le presse - ad esempio - furono inaugurate solo nel '56. Nulla di strano quindi se si trovavano a lavorare gomito a gomito operai torinesi doc di Millefonti ed altri da BorgoCina

Quando il nonno annunciò il fidanzamento del figlio, qualcuno che conosceva la famiglia della fidanzata ovviamente c'era ed il commento fu "Brava gent, neh! Lavuratur. A' le mac ca' sun meridiunai" in dialetto, chiaramente. Torinese, per la precisione E non era un complimento.

Non era mai un complimento essere definiti meridionali. Però volendo c'era di peggio. Terroni, per esempio. E allora il dialetto faceva la sua parte. Eri piccolo, la carnagione scura ed i capelli ricci, grasso non ancora perchè subito dopo la guerra di grassi non ce n'eran tanti, ma lo saresti stato qualche anno dopo, quando i soldi della Fiat sarebbero arrivati, non a sufficienza per mangiar bistecche ma per quei bei piattoni di maccheroni si ... insomma il DNA coltivato a sud di Roma era evidente, bastava guardarti. Ma se riuscivi a parlare il dialetto, quello piemontese mica il tuo!!, allora voleva dire che ti eri integrato. Magari ti accettavano un pò di più.

Mamma 'venne su' da piccola, doveva avere un dieci, undici anni al massimo. Non so bene perchè non finì a lavorare in fabbrica come le sue sorelle ma da una modista prima e in una sartoria poi. In Via Roma, cuore della città. Ed imparò il piemontese. Anzi, il torinese, che era molto meglio perchè il piemontese era quello dei contadini. E diventò una sartina, fidanzandosi poi con uno studente, nella migliore delle iconografie della torinesità. Lei il torinese lo parlava meglio dei torinesi stessi, perchè lo aveva imparato in Via Roma, mica nelle campagne!

Insomma, lo studente diventò un perito prima ed un impiegato poi. Mica un verduriere al mercato, come i suoi fratelli! Peraltro, dei fratelli di mamma uno solo non era un mercataro, bensì un ferroviere! E parlava il piemontese, non benissimo ma abbastanza bene. Gli altri no, tutti giù, al giogo della loro meridionalità. Il più piccolo, Giovanni ma soprannominato Vergignegliu perchè spesso malaticcio e dal colorito verdognolo, iniziò come mercataro ma poi si sposò con una piemontese, con la sua famiglia ed con il loro negozietto. Anche lui finì per parlare dialetto, il piemontese però. Che il torinese era roba fina, mica da tutti.

L'impiegato e la sartina misero su famiglia, piuttosto in fretta pure visto che io arrivai ad un anno esatto dalle nozze, e lei diventò un'ex-sartina: bisognava stare appresso alla sottoscritta, e poi il trasferimento ad Aosta, dopo qualche anno il ritorno a Torino ed il secondo figlio, subito dopo la terza che in allattamento non si rimane incinta ma invece poi arrivano le sorprese.

L'impiegato nel frattempo aveva fatto un pò di carriera, usava la camicia bianca e la cravatta, portava la famiglia in ferie tre settimane tutti gli anni e risparmiava per comprare la casa. E non parlava il dialetto. Mai. Perchè le creature dovevano crescere parlando correttamente l'italiano, che il dialetto lo parlano solo i contadini, poffarre!! e che se no la maestra a scuola ci dava le stecche sulle dita, ci riempiva i temi di fregni rossi. Che qualche difficoltà già ce l'avevamo con 'sto fatto che mamma era meridionale, in effetti non lo si sarebbe detto, tanto una brava persona e poi parlava torinese, ma il sangue non è acqua e se sei nato terrone ....

Insomma il dialetto solo con i genitori ed i fratelli e sorelle, con i figli mai. E siccome alla fine il maschio sempre maschio è che sia nato a nord del Po o meno, si frequentava molto di più la famiglia di mio padre che quella di mia madre. Il risultato fu che il torinese si sentiva spesso e si finì per capirlo ed il casertano abbastanza di rado. E quindi non si capiva nè il dialetto nè la nonna o il nonno che vestivano strano, parlavano strano e facevano cose strane.

Come quella volta a Pasqua che la nonna Felace mi volle benedire con un rametto di olivo e lei era piccola, tonda, i capelli bianchi con la crocchia ed i vestiti neri lunghi fino a terra, recitava una roba che non capivo ... uno spavento che me lo ricordo ancora adesso!! E mi volle pure far assaggiare a tutti i costi una roba che era appena arrivata dal paese, freschissima - buonissima dicevano - spremuta fuori da un cencio a forma di cono, molliccia ... non vomitai solo perchè ero una brava bambina. Mi ci vollero anni per capire che era poi solo ricotta ...

Era più o meno la metà degli anni '60. La classe media si distingueva dal volgo perchè NON parlava dialetto, prendeva lo stipendio il 27, indossava la camicia bianca e la cravatta e guidava una macchina a quattro porte. Appena dietro le spalle aveva un passato di fatica e, a volte, di umiliazioni ed il dialetto ne era simbolo.

Il dialetto era anche usanze, balli tradizionali, cibi, metodi di cottura, ingredienti e tutto questo venne rapidamente abbandonato come i mobili di legno a favore di quelli in formica delle cucine all'americana.

Da parecchi anni ormai gli status symbol sono altri, non abbiamo più bisogno di prendere fermamente le distanze dal nostro passato comune, dalla nostra storia, ed andiamo riscoprendo tradizioni, cibi, balli, ed il dialetto, ovviamente. E' una ricerca personale, che passa attraverso la nostra storia e quella della nostra famiglia, ci aiuta a ripensare alle nostre radici, ci fa scoprire legami e comunanze che non sapevamo di avere. Sono percorsi differenti che ci portano a riscoprire le tradizioni delle popolazioni d'Oc piuttosto che quelle del tarantismo, a prescidere dal fatto che la vita ci abbia installato a Torino, Bari o Bolzano. Strade che ci portano a costruire legami con persone a cui ci accomuna magari solo questo desiderio di riscoprire, di capire, di cercare. E' un percorso di emozioni e di cultura al tempo stesso. Una ri/scoperta che passa anche attraverso il divertimento di un ballo più o meno formale, più o meno scatenato ..

Ed il populismo di qualcuno ne approfitta per alimentare il fuoco dell'intolleranza e delle divisioni.


Assieme alle gabbie salariali, l'inno di Mameli, gli esami ai professori del Sud, le ronde, i clandestini che adesso sono pure criminali a prescindere, ed i violentatori che sono tutti rom ... di tutt'erbe un fascio pur di alimentare una società di barricate costruite attorno a quel poco grasso che c'è rimasto. A difendere il proprio orticello ancora verde.

Che brutta gente, signora mia!

14 commenti:

Mamma in 3D ha detto...

Mi sono goduta il tuo bellissimo racconto. E sono pienamente d'accordo con te.
Il dialetto milanese è la colonna sonora dei miei ricordi di bambina: i miei nonni lo parlavano fra loro anche senza accorgersene e così io ne ho scoperto l'espressività anche se loro negavano di usarlo, come se fosse una debolezza.
Sono affascinata allo stesso modo anche dai dialetti che non sono il mio, mi piace riconoscere cadenze e espressioni, interiezioni ricorrenti...
E' triste e preoccupante che le origini, regionali o nazionali che siano, diventino motivo di discriminazione legalizzata. Sembra proprio che non ci sia un limite alle proposte indecenti che dobbiamo ascoltare... e quello che sento blaterale sotto gli ombrelloni dei vacanzieri d'agosto non è per nulla incoraggiante!

Mammamsterdam ha detto...

Mia nonna, quando è rimasta vedova e senza mezzi, è stata cocciutissima nel far studiare i figli, che lo sapeva benissimo che altrimenti avrebbero fatto i servi a vita in campagna dello zio-ricco. E mio zio Nino finì a 7-8 anni in collegio a Torino, povera stella, un altro continente. Il torinese lo imparò benissimo, poi studiò e fece carriera a Piacenza, secondo me proprio per la lingua. Una sera solo lo sorpresi a dire "o mà" con un accento non adulterato abruzzese, mentre faceva un ragionamento con la madre.
Poi è morto giovane, secondo mio padre perché non aveva né un fratello maggiore né un padre a cui appoggiarsi, e perché in fondo era stato troppo presto da solo.
Fuck career, ti verrebbe da dire, ma lo diciamo con il senno di poi.

LGO ha detto...

Lo si potrebbe prendere per un vaneggiamento estivo, se fossimo un paese normale. Ma non lo siamo.
Io sono sempre andata fiera della mia incapacità di parlare un dialetto, troppe contaminazioni diverse.
Se mi toccasse fare lezione in dialetto sarei nei guai :(

Le tue storie e i tuoi ricordi di viaggio però sono bellissimi :))

graz ha detto...

Mamma3d, le tue cronache con le tue pesti sono uno schianto!! ogni tanto vado a leggerti anche se non commento. Ma oggi il post sulla tua piccolina che dispiega le ali mi ha proprio commossa!

Barbara, da noi si era povera gente e lo studio non era granchè contemplato. Papà era l'intellettuale di famiglia e decise che avrebbe ripercorso, aggiornate, le orme del padre. Ovvero studi superiori per il maschio e quel che resta per la/le femmina/e. Nel suo caso (papà operaio) questo volle dire commerciali per mia zia e diploma per mio padre, nel nostro (papà impiegato) laurea per il maschio e diploma per le femmine. Così è si vi pare .....

LGO Bossi sta 'pasturando' l'elettorato, come si fa con i pesci perchè poi abbocchino all'amo. E sta dicendo 'vedi quante cose noi faremmo se solo fossimo più forti? Vieni a votarci anche tu...'. E tiene le palle di mr. misirizzi in mano. Vediamo che succede con l'autunno.

(ragazze i miei racconti tracimano, sorry ma non mi riesce di essere più sintetica)

Mammamsterdam ha detto...

Ma a me i tuoi racconti che tracimano piacciono da matti. Sennò tutto lo sbattimento, per cosa?

graz ha detto...

Meno male!!! Del resto è come quando chiacchieri con passione cominci dallo spillo e finisci con l'elefante. Scrittorroica, io mi ci definisco (oltre che logorroica ma questo tu lo sai già, no?)

Giuliana Cupi ha detto...

Ciao Graz,
sono arrivata al tuo blog da Mammamsterdam. Sono anch'io mezza torines e mezza meridionale, etc. e insomma origini comuni mezzo gaudio...ma la cosa che mi ha esterrefatta, e che mi ha confermato che Torino è veramente piccola piccola perfino on-line, è che per illustrare il tuo godibile racconto di famiglia hai pescato le foto di Borgo Cina dal profilo Flickr di un mio amico...:-))))
Ciao
Giuliana

graz ha detto...

Maddai!!! non ci si crede, davvero. Torino è piccola e questo è un fatto e poi c'è questa cosa che alla fine ci si rispecchia in coloro che la pensano come noi e si finisce per ricostruire circoli analoghi in qualsiasi ambito ci si muova. Le due cose insieme a Torino si direbbe che funzionano meglio di un guinzaglio.

Da una parte è rassicurante, dall'altra però sembra un filino limitate.

Comunque sono contenta che tu sia arrivata fino a qua, ho provato a cliccare sul tuo nome ma il tuo profilo non è disponibile, hai per caso un blog? L'idea di fare rete con amiche virtuali su questo territorio mi piace molto anche se non ho mai cercato più attivamente di tanto di connettermi a blog torinesi.

Per quel che riguarda la foto se il tuo amico dovesse infastidirsi la tolgo subito. Non ricordo come ci sono arrivata, e nemmeno da quale profilo l'ho presa su flickr. Però ricordo che erano foto belle!!

Spero di rileggerti!!

Giuliana Cupi ha detto...

Non credo proprio che la cosa lo infastidisca, altrimenti non le avrebbe pubblicate, prima aveva un blog (precarityblog.ilcannocchiale.it), poi ha preferito esprimersi visivamente (ecco perché lo trovi come Preceritypix) e non ci abbiamo comunque perso, anzi!
Io avevo/ho un blog, tropagrazia.ilcannocchiale.it, fermo da un po' per via di altre faccende che mi hanno completamente assorbita, ma chissà che una volta o l'altra...c'è tanta Torino (d'altronde, qui stiamo) se vuoi passa. E sì, questa dei circoli è verissima, Torino è un paesone (ma se capisco bene tu sei nel Canavese, ho amici anche lì).
Allora a risentirci e chissà se non a incontrarci, magari anche con Barbara???
Buon appetito
Giuliana

graz ha detto...

Giuliana, ok faccio un salto 'da te'

francesca ha detto...

Ciao Graz, sono Francesca l'assistente di un famoso fotoreporter italiano e devo fare una ricerca su baraccolpoli e quartieri popolari in Italia e anche a Torino. La cosa che devo fare è cercare dei contatti che mi permettano di entrare con la macchina fotografica nelle case di questi quartieri. A Torino (come quartieri) ho trovato: borgo cina, case atc; Mirafiori nord;
Mirafiori sud; Santa Rita e Vallette...
Ho letto il tuo racconto sui dialetti e ho pensato...magari mi può aiutare!
Conosci gente che ci abita? Associazioni che ci lavorano? etc.etc

Complimenti per il tuo blog,
aspetto risposta
Francesca

graz ha detto...

Ciao Francesca, direi che non sei di Torino :-))).

Allora, Mirafiori Nord, Mirafiori Sud e Santa Rita sono quartieri molto grossi e che presentano delle grosse difformità al loro interno. Come dire che conosco della gente parecchio snob che sta a Santa Rita come nell'ombelico del mondo e che se ti sente dire che è un quartiere popolare gli viene una sincope. Bisogna piuttosto concentrare la ricerca attorno a specifici gruppi di vie, ad esempio a Mirafiori la sempre citata Via Artom. In quella zona c'è un'associazione che ci lavora ma in questo momento non mi viene in mente il nome manc'a'mmurì.

Borgo Cina era un quartiere popolare ed in un certo qualsenso lo è ancora però tieni presente che le case ATC sono state date 'a riscatto', ovvero con l'equivalente dell'affitto gli assegnatari se le sono progressivamente comprate, hanno fatto lavori, e c'è stato un generale miglioramente di status per cui non sono certo più le aree di una volta!! Sicuramente non sono da considerare in alternativa a baraccopoli!! In certi casi addirittura, es. le case INA di C.so Sebastopoli, sono diventati dei veri e propri oggetti del desiderio, in quahto esempi di architettura post industriale, difficile che vengano vendute e se accade le quotazioni non sono risibili.

A Mirafiori Nord, nella zona che comprende anche Borgo Cina c'è pure un progetto di riqualificazione, credo fondato dalla Comunità Europea, ma anche qui ora non ricordo il nome. Insomma, se credi posso ampliare un pò il discorso e cercare qualche info aggiuntiva, fammi sapere quanto e cosa ti serve.

Per quanto mi riguarda non ho più contatti con abitanti di Borgo Cina. Mamma è mancata ormai da tempo e così la maggior parte dei miei zii. Ne resta ancora uno con cui però non ho rapporti.

Aspetto di rileggerti

Letizia ha detto...

Ciao a tutte! Arrivo un po' in ritardo nella discussione, ma solo ora ho letto il bellissimo post. Ero proprio alla ricerca di informazioni, racconti, aneddoti sulla zona in cui vivo da quasi un anno. Abito infatti in un appartamento in affitto in via Giacomo Dina. Quando io e il mio ragazzo siamo andati a viverci (ci eravamo da poco trasferiti a Torino dalla Campania)i "torinesi" (originali o neutralizzati)ci hanno guardato quasi con orrore. E invece trovo che vivere lì sia per certi versi molto affascinante. Anche perchè oggi a confondersi e mescolarsi non sono solo i vari dialetti italiani, ma lingue, profumi, suoni di tanti Paesi diversi .. Tra un po' andremo via per trasferirci nella più "borghese" Santa Rita, ma quella di Via Giacomo Dina sarà un'esperienza che ricorderò sempre, per avermi fatto conoscere uno dei mille volti di Torino, che i torinesi si rifiutano ormai catergoricamente di conoscere, ma che rappresenta un tassello prezioso della storia recente di questa città che sto imparando ad amare, ogni giorno di più, pur essendo tanto diversa dai posti in cui sono nata e cresciuta. Per Francesca: se ti può essere ancora utile, mi farebbe molto piacere aprirti le porte dell'abitazione in cui vivo ... sarebbe carino scoprire chi sono i "nuovi immigrati meridionali", che vivono nelle stesse case che negli anni passati hanno ospitato tanti loro conterranei ...

graz ha detto...

Ciao Letizia, benvenuta!! Che bella questa cosa del blog che tesse trame tra le persone nel tempo e nello spazio quasi come fosse una cosa viva!!

Insomma, sono contenta che tu sia arrivata e se vorrai chiacchierare ulteriormente di Borgo Cina o di S.ta Rita sarò lieta di condividere con te i miei ricordi, ancorchè banalissimi ricordi di bimba.


Ciao!!!